^)) Fascicolo N.° 7
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Cospirazioni e battaglie dal 1821 al 1870
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Prof. GIOVANNI BALDI
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(1848)
Casa Editrice NJEJBB1N1
FIRENZE
1905
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Firenze — Casa Editrice NERBINI — Firenze
Prof. GIOVANNI BALDI
Go8pira3tcmt e Battaglie
pel nsoroimento fc'Jtalia
* sommario $
I. I Carbonari (1820-21) — II. Il Castello di Eubiera (1822) -
III. Cirio Menotti (1831) — IV. La Giovine Italia — V. I fratelli
Bandiera — VI. Le cospirazioni e i moti sotto il papato — VII. Le
cinque giornate di Milano — Vili. La prima guerra dell' Indi-
pendenza — IX. Garibaldi in Lombardia — X. La difesa di
Eoma — XI. L'assedio di Venezia — XII. Una tragica
ritirata — XIII. Le dieci giornate di Brescia — XIV. La
resistenza di Livorno — XV. I moti della Lombardia —
XVI. Carlo Pisacane — XVII. Felice Orsini (L'odis-
sea di un cospiratore) — XVIII. Il 27 Aprile 1859
(Una rivoluzione festante) — XIX. La seconda
guerra per l'Indipendenza — XX. I Mille —
XXI. Aspromonte e Fautina — XXII. Dal
Quadrilatero alle valli del Trentino —
XXIII. Mentana - Villa Glori - Casa
Ajani — XXIV. Le bande insurre-
zionali — XXV. Il XX Set-
tembre 1870 (La caduta del
potere temporale de' papi
— XXVI. Il Sacrificio di
* Guglielmo Oberdan
(L' Irredenta e l'ul-
timo martire).
#
Si pubblica un fascicolo la settimana a centesimi io
Abbon. all'Opera compleia L. 2,50 (estero L. 4.1
Ite CINQUE GIOCATE di filano
(1848)
Contro l'Austria, avida d'oro e di sangue italiano, si
accumulavano tesori d'ira generosa che né le forche, ne
il bastone, né il carcere duro valevano a reprimere. Ag-
giungeva esca al fuoco la produzione letteraria, contro
la quale, invano, si accaniva la persecuzione dell' impe-
riale e reale polizia. Quante pagine del Guerrazzi, del Fo-
scolo, del Mazzini; quante strofe del Berchet e del Rossetti,
lette clandestinamente, fin sui banchi delle scuole sotto
l'occhio vigile di pedagoghi, o nei seminari eludendo la
sorveglianza di reverendi padri prefetti, accendevano i
cuori come fiamma di vulcano e preparavano i futuri eroi!
L' inno scritto dal Giusti nel L832 :
« Fratelli, sorgete !
La patria vi chiama ; »
era noto, quasi popolare, a Milano, e popolare divenne —
dopo la morte dei Bandiera — il coro dell'opera buffa di
Mercadante Donna Caritea. Correvano, non ostante l' af-
fannosa ricerca della polizia austriaca, scritti incendiari
— come venivano chiamati nelle circolari governative —
e fin la medaglia disegnata dal Pistrucci in onore de' mar-
tiri della Giovine Italia, e l'altra in memoria de' Bandiera
e consorti, ideata da Pietro Giannone, disegnata da Davide
d'Angers in Parigi e coniata dal Roget.
L'imperatore Ferdinando era in Milano rappresentato
dallo zio, il viceré Rainiero, avaro e ipocrita come un gè-
— 2 —
suita, corto d' intelletto quanto un qualunque impiegato
istupidito dalle pratiche burocratiche > e dal conte mare-
sciallo Radetzky, boemo (1), che aveva partecipato alle
guerre contro Napoleone I ed era fido servitore del prin-
cipe di Metternich. Grand' uomo di governo era il corrot-
tissimo consigliere aulico conte Pachta (2), che aveva de-
gni collaboratori nel famigerato capo di polizia Carlo Giusto
Torresani, un trentino, e nel triste e feroce conte Luigi
Bolza. Trovava ausilio l'Austria nel potere ecclesiastico,
capeggiato dall'arcivescovo conte Gaisruck, che si diceva
iiglio naturale di Leopoldo II, ma più ancora nei nobili
signori e nelle aristocratiche dame del biscottino > vera
consorteria di austriacanti e di accoliti emeriti di gesuiti (3).
L' anno 1846 segna il punto di partenza del moto ri-
voluzionario lombardo, e diciamo lombardo perchè Milano,
la capitale dell' Insubria, dominava e trascinava seco lo
spirito della regione. È l'anno in cui viene eletto pontefice
Pio IX che, concedendo l'amnistia ai condannati politici
dello Stato della Chiesa, accende entusiasmi in tutta l'Italia,
e più in Milano, ove gli austriaci guardano sospettosa-
mente, e talora proibiscono le manifestazioni di giubbilo
per la elezione di un tal papa; è l'anno in cui, morendo
il Gaisruck, nonostante 1' armeggìo dell' Austria e dei bi-
scottinisti, che avrebbero voluto un arcivescovo tedesco,
vien nominato capo del clero lombardo il bergamasco
Romilli, accolto dalla popolazione con feste indicibili che,
f Austria, inconsultamente, volle insanguinare ; è infine
(1) Giuseppe Venceslao Radetzky conte di Radetz nacque povero
io Trebnitz (Boemia) nel 1776, e rinnegò la patria slava per farsi
cieco strumento della casa d'Absburgo.
(2) Carlo Pachta, pure boemo, rubò i gioielli che la principessa
di Gralitzin avevagli affidati in deposito. Era, come il Radetzky, don-
naiuolo, giuocatore e rotto a tutte le depravazioni.
(3) Si dissero bìscottinisti perchè, mascherando le loro trame col
velo della pietà, visitando i poveri ammalati distribuivano loro biscotti.
.;— 3 —
l'anno in cui, con bella e solenne fusione, nobili, borghesi
e popolani, celebrano in San Fedele funebri onori alla me-
moria del conte Federico Confalonieri, il martire del' 21.
Il 1846 passò fra l'affaccendarsi rabbioso, e spesso inane,
della polizia, la diffusione, moltiplicatasi a dismisura, degli
scritti clandestini e il canto degli inni a Pio IX : nel 1847
ii'VANWUCCni
' 77À/A/II?] C- ~™-„. "
Compaiono, come per incanto, bandiera e Coccarde tricolori, la
folla in un silenzio solenne, segne la deputazione, s'ingrossa per via....
(pag. 8).
ci fu l'astensione dal fumare. Erano nel caffè del Duomo
Carlo Reali, Giovanni Bizzozzero, Riccardo Ceroni e l' in-
gegnere Crippa, nonché il professore Giovanni Cantoni e
il dottor Pietro Secondi, e discutevano sul l' introito che
T Austria ricavava dal tabacco, e che era di circa cinque
milioni di lire. — Colpiamo l'impero nella borsa — fu
— 4 —
detto — Come ? — Invitiamo i lombardi a non fumare —
Detto e fatto: il giorno dopo circolava clandestinamente*
un invito ai giovani perchè cessassero dall'usare sigari, e*
r invito divenne parola d'ordine d'un comitato che, in ef-
fetto, non esisteva che nella fantasia popolare e nel 1 cer-
vello della polizia. In pochi giorni non si fumò più, e i|
capitano Neipperg, figlio di Maria Luisa d'Austria, vedova
di Napoleone 1° e duchessa di Parma, che davanti al caffè-
Cova, con aria spavalda, fumava, sentì, con un potente-
ceffone, cacciarsi il sigaro in gola. Ufficiali e polizia peL
fatto imbestialirono ; distribuirono sigari a soldati, a gen-
darmi, a birri, a furfanti, cui si apersero apposta le porte-
delie carceri, e li sguinzagliarono per le vie a provocare-
la popolazione, per avere così l'occasione di sfogare la loro
rabbia in eccidi. Viene offerto nella galleria De Cristoforis-
un sigaro a uno spazzacamino, che si rifiuta di accet-
tarlo; un croato, infuriato per I- opposto rifiuto, lo colpisce,/
e il fanciullo cade sanguinante. — Che fate ? — grida il
consigliere Manganini — Voi uccidete un innocente! — uni
colpo di sciabola di un dragone è la risposta che gli tocca..
Fu il segnale; ufficiali, soldati e birri caricarono- alla cieca
la folla sul Corso e in Piazza de' Mercanti, e sangue di
donne e di fanciulli tinse le vie di Milano, corse da "orbe*
briache e feroci. Ciò avvenne il 3 gennaio 1848. Si man-
darono, accompagnate dal Ficquelmont, — a che si riducono^
gli uomini di stato! — alcune facili e belle damine dell'aristo-
crazia viennese per sedurre i giovani lombardi con le loro^
grazie; ma i lombardi disertarono le conversazioni ove quelle
si recavano : si fece scritturare alla Scala la famosa ballerina
Essler, l'amica del povero Duca di Rfeichstadt, il figlio» di
Napoleone e di Maria Luisa, la quale Essler aveva susci-
tati tanti entusiasmi; ma i milanesi fecero peggio che fi-
schiare — disertarono affatto il teatro; Si ricorda che ad*
un veglione solenne di gala alla Scala non si vide altro»
pubblico che otto guardie di polizia.. L!Aùstria. capiva che?
o
«così non la poteva durare, en'è prova V aneddoto seguente.
Quando nella primavera del 1847, l'illustre statista Cobden,
«che attraversava l'Italia, passò per Milano, gli fu offerto
^un banchetto. La polizia, ritenendo che il già noto — e a
lei sospetto — professore Cattaneo, l'illustre discepolo di
Romagnosi, (1) dovesse presiedere cotesta riunione che le
dava fastidio, lo chiamò, e un Lindenau. austriaco, impose
al Cattaneo che i discorsi, che in quella occasione sareb-
bero stati pronunziati, fossero messi in iscritto e sottoposti
-alla censura preventiva. Il Cattaneo, all' insolente richiesta,
rispose sdegnosamente, con dignità e fermezza, e il Linde-
nau, imbarazzato, desistendo dall.' espresso proposito, can-
didamente fé' questa confessione dello stato d' animo della
turba aulica imperiale e reale: « Capisco bene anch' io che
« è impossibile poter continuare in questo sistema; ma è
« ben malagevole dire per qual via potremo uscirne fuori. »
21 modo d'uscirne lo preparavano i Broggi, i Lazzati, i
Borgazzi, i Croff, i Dandolo, il De Cristoforis, il Fioretti, il
Testa, Achille Ravizza, antico milite della Giovine Italia
•e già esule, comprando, con gran rischio, armi e muni-
zioni, Giovanni Cantoni, lavorando a conquistare alla causa
della libertà i granatieri italiani e ungheresi, il Maestri e
Cesare Correnti, facendo un' attiva propaganda nelle ca-
serme. Intanto i napoletani, il 27 gennaio 1848, strappavano
al Borbone la costituzione, già concessa da Pio IX e da
Leopoldo II granduca di Toscana, e i milanesi, poveri e
ricchi, in onta alla polizia, ne menarono gran festa, e la
(1) Gian Domenico Romagnosi, nato a Salsomaggiore nel 1761,
morto a Milano nel 1835, fu filosofo illustre, tenne con sommo onore
la cattedra di diritto a Parma, a Pavia e a Milano sotto il dominio
napoleonico, nel 1821 venne dall'Austria carcerato, processato e gli fu
interdetto il pubblico e privato insegnamento, motivo per cui visse
in onorata povertà scampando la vita con la produzione letteraria,
Ebbe a discepoli, oltre il Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Gabriele E-osa.
Oesare Cantù, che dovevano poi lasciare chiara fama nella storia
ipolitica e letteraria d' Italia.
_ (j —
domenica 6 febbraio corsero in folla nel duomo per assi-
stere ad un Te Deum, quasi in segno di esultanza. La
polizia prese la rivincita proibendo i cappelli alla calabrese >
alla puritana, all' ] Emani, e il Radetzsky, il 22 febbraio,
emetteva un reboante ordine del giorno alle truppe, e il
governo emanava la legge stataria. Si sentiva nell' aria
T odore della polvere. Scoppia la rivoluzione a Parigi, e*
dopo tre giorni di conflitto Luigi Filippo, il re borghese y
espia con la fuga i tradimenti del '31, e viene procla-
mata la repubblica: la marea rivoluzionaria sale, minac-
ciosa, in tutta Europa, e il viceré Ranierio, colto un pre-
testo, fugge a Vienna ; ma anche Vienna, la buona e fedele
capitale dell'impero, — caso inaudito — insorge, e il 17
di marzo ne giunge la notizia a Milano. In Via del Cap-
pello, nel Caffè della Cecchina — così chiamato dal noma
della proprietaria — alcuni giovani, tra i quali era Cesare
Correnti, decretano di rompere ogni indugio e di sollevare
Milano; la stessa decisione veniva presa sull'alba, in più
numerosa riunione, in casa del dottore Attilio De Luigi m
Via dei Disciplini. Il Cattaneo — che doveva all'avverti-
mento di Enrico Mylius di non essere stato ancora depor-
tato — dubitava forte di una Vittorio di popolo ; gli eventi
lo sorpresero, ed egli seppe essere all'altezza di essi.
Era potestà — o, come oggi si direbbe, sindaco di Mi-
lano il conte Gabrio Casati, fratello di quella Teresa che
fu fida compagna del Confalonieri ; ciò non toglie eh' ei
non avesse ben meritato dell' impero, clie gli conferì la
croce dell'ordine della Corona ferrea e la reiterata nomina
di potestà. Uomo di debole animo, tenero di partiti mez-
zani e ligio alle corti, allorché vide sorgere sull'oriz-
zonte l'astro di Carlo Alberto, inviò suo figlio a militare
nell'artiglieria dell'esercito piemontese, e altro figlio inviò-
nell' università tedesca di Innspruck, intanto s' era anche
procacciato l'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro ; era
quindi bene accetto agli uni e agli altri. Di costui cerca-
— 7 —
rono i giovani per recarsi dal vice-governatore austriaco
O'Donnell per chiedere riforme; riluttante se lo trassero
in mezzo, né egli prevedeva qual piega avrebbe presa la
manifestazione. Compaiono, come per incanto, bandiere e
coccarde tricolori, la folla, in un silenzio solenne, segue
la deputazione, s'ingrossa per via, giunge al palazzo del
governatore. Ivi la sentinella, spaventata, spiana Tarme,
ma cade colpita a morte e i componenti il corpo di guardia
vengono disarmati e ridotti all' impotenza. Un fiero giovine,
gloria di Milano insorta, e della difesa di Roma, Enrico
Cernuschi, sale nel palazzo e costringe 1' 0' Donnell a fir-
mare tre decreti coi quali si stabiliva l'armamento della
guardia nazionale, la destituzione della polizia e si affi-
dava l' incarico di vegliare alla sicurezza della città al
municipio. Il colpo audace era riuscito, ma dei quaranta-
mila fucili che si diceva dovessero venire dal Piemonte,
auspice dell' invio Carlo Alberto, non ve n'era uno : non
importa! il popolo toglie le armi ai negozi di armajolo,
le prende dal ricco museo Uboldi e da altri musei ; ogni
arma é giudicata buona, e scorgonsi cittadini armati di
picche, di alabarde di lanzichenecchi, di vecchi archibugi
a pietra, di spadoni a due mani dei tempi delle guerre tra
Francesco I e Carlo V. Si abbarrano le case e le vie, si
erigono barricate. 11 Radetzky, sorpreso, ordina al Comune
il disarmo, minaccia sacco e sterminio, occupa a forza il
palazzo comunale del Broletto facendovi de' prigionieri che
fa condurre in Castello. Il Casati e i suoi Colleghi della
municipalità s' imbattono, in Via del Monte negli austriaci,
e si rifugiano in casa Vidiserti, ove i cittadini insorti ac-
clamano comitato centrale la commissione municipale, la
quale, nella notte, trasporta la sua sede in via de' Bigli,
in casa del conte Carlo Taverna. Credeva il Radetzky ba-
stasse mostrarsi a cavallo per le vie di Milano, la sciabola
nuda in pugno, per potere sgominare i milanesi, in quella
vece le vie si coprono di opere di difesa $ di offesa e il
— 8 —
popolo si mostra pronto ad una lotta decisiva, a oltranza.
Le donne, i fanciulli, fino i preti si mettono nella lotta;
tra le nobildonne ricordiamo la JLaura Solera-Mantegazza,
la colta sua collaboratrice Ismenia Sor mani- Castelli, non-
ché, per non dire di altre, della bella, colta e audace
principessa Cristina di Belgioioso, e ricordiamo la Giu-
seppina Lazzaroni, che seguì, armata, il fratello Gian
Battista sulle barricate, e la valorosa Luisa Battistotti-
Sassi, che vi seguì il marito. I fanciulli, specie i martinitt
dell'orfanotrofio, aiutano nell' inalzare barricate, corrono da
via a via a recare avvisi, accorrono a spegnere le bombe,
a raccogliere sui caduti armi e munizioni; il 19, a porta
Ticinese assalgono gli austriaci a sassate, novelli Balilla,
e li costringono, capitanati da un famoso sergente di po-
lizia, il Mazza, a fare una sortita. Caddero nel conflitto
due ragazzi, un Castoldi ed un Grossi. I seminaristi — tra
essi T illustre Stoppani — davano nelle campane, dai cam-
panili inalzavano bandiere tricolori e palloni di carta de-
stinati a portar le nuove dell' insurrezione nel contado, ac-
correvano alle barricate e combattevano e assistevano i
feriti. Era la sollevazione di tutto un popolo.
La notte del 19, mentre un' ecclisse di luna portava
nuovo sgomento nelle anime de' croati, che in esso ravvi-
savano, in loro superstizione, un segno di funesto presagio
venuto dal cielo, manipolo di giovani audaci accorreva
ev' era rifugiato il Casati col Comitato e chiedevano mu-
nizioni. Alle parole incerte dell'allibito potestà prorompe-
vano volere capi che sapessero dirigere il moto e assicu-
rare la vittoria del popolo, prendendo armi ed ufficiali
nella vicina Svizzera ed in Francia Altri irrompono e sde-
gnosi delle tergiversazioni, gridano : Vogliamo un governo
provvisorio! Ingrossa la folla, ed il Cattaneo, con molta
praticità, propone non doversi, pel momento,, che procla-
mare un consiglio di guerra. Detto e fatto ; ma il Casati,
che aveva protestato di non volere uscire dalla legalità,
— 9 —
«li non volere essere che il capo del Municipio, di non vo-
ler saperne di chiamarsi attorno i veterani, gli ufficiali
dell'esercito napoleonico, uomini compromessi — com' ei
li chiamava, — cólto il destro, se la svignò ; lo ritrovò il
Cernuschi, e dovè guardarlo a vista come un prigioniero
perchè non disertasse. Alla fine, a malincuore, si decise a
La lotta intanto continuava.. . (pag. 9)
nominare alcuni collaboratori al Municipio: il conte Borgia,
il generale Lechi, l'avv. Anselmo Guerrieri, il conte Porro
-è il conte Durini-teneri, questi, pel re Carlo Alberto — e
due funzionari austriaci cui affidava la polizia. I cittadini,
formano un Comitato di guerra e chiamano a farne parte
«Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Giorgio Terzaghi e Gior-
— 10 —
gio Clerici. La lotta intanto, continuava; millesettecento*
barricate coprivano la città, e il popolo faceva prigioniero*
il conte Bolza, tristo e feroce arnese di polizia. Lo trasci-
nano davanti al Cattaneo, e i popolani chiedono che deb-
bono farne.
— Se lo uccidete fate cosa giusta ; se lo salvate fate*
cosa santa. — Il popolo, generoso sempre, lo rilasciò. Del
resto, i quei giorni solenni, non una vendetta, non un furto-
L'operaio Pietro Polli, con altri, assale un posto di polizia
e l'occupa; vi trova una forte somma di denaro e la con-
segna fedelmente al Comitato di guerra : in casa Vidiserti,.
ove s' era ricoverato il Casati col Municipio, la folla entrò*
giorno e notte, e non fu tolto pure uno spillo: un torni-
tore, ferito a morte su di una barricata, con voce fioca
raccomanda a chi lo assiste che riportino le pistole che
stringeva in pugno all'armaiolo Calabresi, nel cui negozio»
le aveva prese. Si conduce prigioniero al Cattaneo F uffi-
ciale conte di Thun Hohenstein, che altra volta, in una
rissa col milanese Borgazzi, era stato da questi disarmato
e percosso in volto. L' Allgemeine Zeitung, o gazzetta te-
desca, aveva dipinto l'alterco come un tentato assassinio-
operato da briganti. Il Cattaneo chiese al prigioniero come
mai avesse permesso che, abusando del suo nome, si dif-
famasse slealmente l' Italia e si travisassero ignominiosa—
mente i fatti. Raumiliato, l'austriaco rispondeva aver vo-
luto così i suoi superiori. — Andate, — disse calmo e
dignitoso il Cattaneo — l'essere stato soggetto a una di-
sciplina degna di frati è pena sufficiente per voi ■ — e lo
rimandò. Intanto vari ufficiali si rendevano prigionieri, non
pochi soldati, italiani e ungheresi, cedevano le armi, e la-
insurrezione procedeva vittoriosa. Al mezzodì del 20 marzo,
terzo giorno di battaglia, schiera di popolani conduce, ben-
dato perchè non vedesse le barricate attraverso alle quali
passava, il maggiore de' croati Sigismondo Ettinghausen
davanti al Consiglio di guerra. Egli veniva come parla—
— 11 —
mentano del generalissimo Radetzky per udire quali fos-
sero gì' intendimenti dei magistrati della città. Il Cattaneo
lo fa condurre dal Casati e dai suoi colleghi della muni-
cipalità/ fihe, dopo un quarto d'ora, chiama in seduta an-
che il Consiglio di guerra, al quale espone come il Radetzky,
cedendo a un senso d'umanità, proponeva un armistizio di
quindici giorni, per chiedere a Vienna istruzioni e conces-
sioni. Il linguaggio era ben strano; si voleva dal Casati e
dai carlalbertisti accedere all'idea dell'armistizio per dar
tempo di sopraggiungere e d' intervenire con armi regie
in quella che era una vittoria di popolo, cogliendone facil-
mente i frutti. Il Cattaneo, esaminate tutte le difficoltà che
si opponevano all'accettazione della proposta del Radetzky,
non ultima quella di far ritirare i cittadini dalle barricate
e dai luoghi conquistati, riconsegnando al nemico, senza
veruna garanzia di sicurezza, le caserme ove poteva nuo-
vamente afforzarsi, proponeva al maggiore Ettinghshausen
la libera uscita dalla città, ossia la ritirata in buon or-
dine. Mentre ferveva la discussione, e il maggiore vantava
le buone disposizioni del generalissimo verso i milanesi, si
leva un subito tumulto, la folla in armi irrompe nella sala r
con alla testa un prete ansante, travolto, con le vesti in
brandelli, e si apprende che nella chiesa di San Bartolomeo
una mano d'austriaci ha assassinato il predicatore e com-
piute sui fedeli raccolti nel tempio le peggiori nefandezze.
L' Ettinghshausen era turbato, il Casati capì bene come
il vagheggiato armistizio rischiasse forte di naufragare.
Tornata la calma, si discusse ancora per un quarto d'ora r
finché il Casati dichiarò al maggiore: « Non abbiamo
potuto metterci d'accordo: presentate dunque al Mare-
scialo i sentimenti della Municipalità, nonché quelli dei
combattenti, affinchè Sua Eccellenza possa prendere in
conseguenza le sue risoluzioni. » Dalle quali parole i po-
polani presenti appresero come la parte moderata e nobi-
lesca tendesse a separare nettamente la propria dalla
— 12 —
causa dei combattenti, e non fu senza disdegno. Il mag-
giore aspettava gli bendassero gli occhi. — Non occorre
— dissero i cittadini che lo accompagnavano, ed egli, com-
mosso, separandosi da essi e stringendo loro la mano —
Addio — disse — brava e valorosa gente. — Così il ne-
mico, più generoso de' moderati e degli aulici personaggi,
rendeva giustizia al popolo insorto. E tra quei popolani
giova ricordare un povero zoppo, Pasquale Sottocorno, che,
audacemente, appoggiato alla stampella, sotto il grandi-
nare de' progettili che venivano da' balconi e dalle finestre,
s'avanza sotto il palazzo del Genio, ne incendia la porta,
e costringe gli austriaci che vi si erano asserragliati ad
arrendersi, se non vogliono arrostire vivi (1). La Munici-
palità intrigava, gelosa dell'autorità del Consiglio di guerra,
e volle assumere « ogni potere fino al ristabilimento del-
l'ordine », aggiungendo a sé, come Comitato di difesa, lo
Strigelli e il conte Borromeo, nonché Augusto Anfossi, Luigi
Torelli, Antonio Lissoni, il Carnevali e il Ceroni, e questi,
da uomini leali, non rafforzarono che il Consiglio di guerra,
al quale il Casati voleva contrapporli. Miseria di piccole
anime e di gare meschine.
Intanto, dal di fuori, le vie maestre venivano abbar-
rate con alberi recisi, si deviavano le acque dei canali, si
rendeva difficile la ritirata al Radetzky, mentre un mani-
polo audace di accorsi da Melegnano, in cinquanta, sor-
prendeva e sgominava un battaglione di cacciatori. Il ne-
mico era scoraggiato e già pativa per la fame. Il Casati/
trincerandosi dietro ai consoli delle potenze estere, dicendo
(1) IL Sottocorno si distinse anche nell'assalire la Pia Casa di
Ricovero e nel disarmarne gli austriaci che vi si erano chiusi. In-
vaso di nuovo Milano, emigrò a Torino, ove visse facendo il ciabat-
tino negli angiporti della città, e ove morì il 10 ottobre 1857, a
trentacinque anni, di tisi polmonare. Il Guerrazzi ne scrisse un bel-
lissimo elogio.
— 13 —
che gli stranieri volevano abbandonare Milano, insisteva
per un armistizio di tre giorni; ma il Cattaneo fece notare
che il vessillo francese inalberato sulle residenze di stra-
nieri, avrebbe posto un freno all'incendio, al saccheggio,
agli eccessi tutti dell'austriaco, e il Casati dovè piegare
la fronte davanti alla volontà popolare. Giungeva in quel
torno in Milano, inviato segreto di Carlo Alberto, il conte,
Enrico Martini, noto intrigante e faccendiere, che instava,
per la nomina di un governo provvisorio che offrisse su-
bito la città al re: trovò forte opposizione nel Cattaneo e
nel Cernuschi, adesione nel Casati, nel Borromeo, in altri..
Si affannnava il Martini a dimostrare al Cattaneo che non,
tutti i giorni capita le preziosa occasione di rendere un
grande servigio ad un re, ma egli dichiarava, nobilmente
e fieramente, di essere non al servizio dei re, ma della
patria, essere la città del popolo che l'aveva conquistata
col suo sangue, se il Piemonte, generosamente, voleva ac-
correre in aiuto, facesse pure, avrebbe avuta la gratitudine-
di tutti, non si parlasse però di dedizioni. Vide il Martini)
che non e' era da fare accettare Carlo Alberto che come
un alleato del popolo insorto, e volle ripartire per Torino;,
ma il Cattaneo lo trattenne finché la vittoria popolare non
fu completa. Luciano Manara, il 22 marzo, sloggiava gli
ultimi austriaci. Il Radetzky fuggiva più che di furia, dopo*
essersi tenuta a latere, in quei giorni di lotta, da impeni-
tente donnajolo che era, certa sua Dulcinea, e lasciava
nelle mani del popolo le decorazioni e fin la spada de'
giorni di parata, che fu consegnata al Cattaneo, che la
legò poi al Comune di Milano, Prima di abbandonare la
città gli austriaci compirono le ultime nefandezze, tra le
altre quella di abbruciar vivi in Castello alcuni poveri vian-
danti che eran loro capitati tra mano. Così, per virtù di
popolo, in cinque giorni, Milano, con eroismo senza pari,,
solveva il voto ardentissimo di tante anime generose di.
— 14 —
patrioti, avverava il sogno di tanti spiriti liberi che, per
lunghi anni, fremendo, avevano atteso il giorno del riscatto.
Il Cattaneo, Ano dal mattino del 22 marzo, sicuro ormai
della vittoria trionfale dei suoi concittadini, dichiarava al
Casati essere cessata la necessità di esistere pel Consiglio
di guerra, esser questo disposto a sciogliersi, o a fondersi,
se lo si riteneva opportuno, col Comitato di difesa, e il
Casati, costituita la Municipalità in Governo provvisorio,
compose il nuovo Comitato di Guerra e di Difesa con
Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni,
Ceroni e Torelli — gente onesta, animosa ed eletta che
già aveva, durante la lotta, date incontestabili prove di
valore. Alla presidenza venne chiamato Pompeo Litta, noto
per avere militato nell'esercito di Napoleone I.
Carlo Alberto, intanto, che dopo il re di Napoli aveva
concessa la costituzione, agognando al possesso della Lom-
bardia avrebbe voluto essere chiamato dai milanesi, men-
tre pochi giorni avanti aveva impedito ai milanesi esuli
di accorrere in difesa della loro città e s'era protestato svi-
scerato amico dell'Austria, ora temendo che in Milano non
si proclamasse la repubblica e l' esempio non fosse conta-
gioso anche per la restante Italia, si decideva, ai 23 di
marzo, a varcare in armi il Ticino. S'iniziava così, tar-
diva, la guerra; che aveva dato tempo al Radetzky di ef-
tuare la sua ritirata e di concentrarsi, con le truppe, nelle
fortezze del Quadrilatero. La nobilesca caterva degli eroi
della sesta giornata creava il così detto fusionismo e si
sbracciava, con zelo stupefacente, a persuadere non esservi
salvezza se non proclamando l'annessione della Lombardia
al Piemonte, e facendo dedizione al re. Il conte Gabrio
Casati e Cesare Balbo instavano, scongiurando, con Ales-
sandro Manzoni e con Cesare Cantù perchè volessero fir-
mare l'indirizzo col quale s'invocava la fusione: ma il Man-
zoni, che nel 1815 non aveva voluto firmare l'atto col quale
vari dei medesimi nobili lombardi del '48 avevano fatto
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omaggio di fedeltà ed obbedienza air Austria, ostinatamente
rifiutò, dicendo, l'anima piena ancora di esultanza per la
Tittoria del popolo, volere egli, sinceramente, l'Italia libera,
non un Piemonte ingrandito: in quanto a Cesare Cantù,
«esso non nascondeva le sue vive simpatie per la repub-
blica — e norr si dirà, con questo, che il Manzoni ed il
Cantù fossero degli scamiciati, solamente non erano dei
■cortigiani e il buon senso e V onestà erano guida delle loro
.azioni.
Il Cattaneo ed i suoi compagni del Comitato provve-
devano alla difesa, istituivano la guardia civica e le co-
lonne mobili destinate a guardare subito i passi delle Alpi,
requisivano cavalli, chiamavano a raccolta gli ufficiali
della Grande Armata, ordinavano armi e polveri in copia,
inviavano eccitamenti in ogni angolo d'Italia; ma quest'at-
tività febbrile trovava ostacoli continui nel governo prov-
visorio, che tirava in lungo l'acquisto delle armi, teneva
a bada i volontari dicendoli inesperti, lasciava sbandare i
soldati italiani che si erano ribellati all'Austria, rifiutava
l'offerta generosa del Mazzini di armare a proprie spese
un corpo di mille militi. Il Comitato, sdegnato, dopo avere
posti in libertà i feriti e i prigionieri ungheresi, pei quali
il Cattaneo compilava un generoso indirizzo, nel quale era
detto: « Dio li scorga salvi e lieti ai loro focolari! Dio ha
voluto che la nostra vittoria li redimisse da una milizia
che era una servitù Nel nuovo diritto delle genti, tutti
possiamo essere amici, perchè tutti eguali e contenti negli
inviolabili confini della patria. » — il Comitato — ripe-
tiamo — rassegnava le proprie dimissioni, e il governo
provvisorio le accettava e disfaceva, adagio adagio, quanto
di buono dal Comitato stesso era stato fatto. S' impose così
ai lombardi l'annessione, e perchè le libere voci non osas-
sero levarsi a protestare, si soppresse la libertà di stampa,
e i valorosi membri del Comitato Enrico Cernuschi e Giulio
Terzaghi vennero arrestati jperchè pericolosi a motivo delle
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loro opinioni repubblicane: si faceva la caccia alle idee r
i governanti — com' ebbe a dire con profonda amarezza
il Cattaneo, perseguitato con infami calunnie e per poca
non chiuso in Castello, — « nobilitavano il mestiere della-
spia. »
Milano era perduta. Il 6 agosto del 1848 Radetzky vi
rientrava alla testa delle sue truppe, che avevano il mirto-
nei caschi e incedevano al suono delle note gravi e so-
lenni dell' inno austriaco dell' Haydn, che si inalzavano me-
lodiose, quasi a scherno, per le vie che avevano veduta la
vittoria del popolo e l'abbandono fraterno del re, invocato
salvatore.
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